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gennaio 23, 2018

“Le parole ritrovate”, di Igor Patruno. Il romanzo non scritto sui ragazzi del ’77

 

Intervista a Igor Patruno su “Le parole ritrovate”, il romanzo mai scritto sui ragazzi del ’77. Corriere della Sera. 17 GENNAIO 2018

La riscoperta del gusto di raccontare storie. Dopo un decennio, quello degli anni Settanta, dominato da poesia e violenza, spesso mischiate, tra i ragazzi del Movimento del ’77 torna l’interesse per il romanzo e la scrittura. Un fenomeno che Silvio Lanaro in Storia dell’Italia repubblicana (1992) descrive così, attenzione, usando il verbo riemergere:

«Nel febbraio dello stesso anno [1977] riemerge all’Università di Roma, estendendosi in Marzo a Milano e a Bologna, un movimento giovanile e studentesco ormai obnubilato dalla violenza e apertamente contiguo alle organizzazioni terroristiche».

Da una parte suggerisce il carattere di irruzione, come si trattasse di un’emergenza”, dall’altra non la novità. Paul Ginsborg, al contrario, fu più cauto nel dare un’etichetta al Movimento e alle sue sfumature (Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, 1988):

«In termini generali è possibile differenziare il movimento del ’77 in due tendenze, anche se spesso esse si intrecciarono. La prima era «spontanea» e «creativa», sensibile al discorso femminista, ironica e irriverente incline a creare strutture alternative piuttosto che a sfidare quelle del potere. […] La seconda tendenza, «autonoma» e militarista, intendeva valorizzare una cultura della violenza degli anni precedenti e organizzare i «nuovi soggetti sociali» per una battaglia contro lo Stato».

Fu così, torniamo sui nostri passi, che nel 1980 il quotidiano Lotta Continua,pubblicò, per la prima volta nella storia del giornale, una rubrica settimanale di interviste ad alcuni importanti scrittori italiani, realizzate da Igor Patruno, con la collaborazione di Massimo Barone e Antonio Veneziani. Per ridare voce a una generazione che aveva voglia di narrare se stessa e le vicende che l’avevano vista protagonista. Il 1977, ci piace ricordarlo anche in maniera sintetica, fu l’anno della più grande contestazione dopo i fermenti sessantottini, segnando la fase più difficile e cruenta degli Anni di Piombo. La morte dello studente Francesco Lorusso l’11 marzo durante una manifestazione innescò una spirale di violenza, una vera e propria guerra civile. Dopo di lui caddero a Roma l’agente Claudio Graziosi (22 marzo), e l’agente Settimio Passamonti (21 aprile). E questo, non bastò. Le pistole uccisero ancora la studentessa Giorgiana Masi (12 maggio) a ponte Garibaldi e, due giorni dopo a Milano , l’agente Antonio Custra. Un anno che voleva essere ricordato per la vitalità creativa, con la “controcultura” del disegnatore Andrea Pazienza e la nascita delle prime radio indipendenti come radio Alice a Bologna), o la festa al parco Lambro di Milano (organizzata dal periodico Re Nudo nell’ultima settimana del giugno 1976), venne minato dalla tentazione della lotta armata. Il Paese era ancora scosso dalle bombe della strategia della tensione (il 18 gennaio 1977 si apre a Catanzaro il quarto processo per la strage di Piazza Fontana, ndr), dallo scandaloLockheed, da un “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana difficile da digerire, dalla contestazione il 17 febbraio a Roma, all’Università La Sapienza, del segretario della Cgil Luciano Lama. Il 1977 fu segnato, soprattutto, dalla progressiva escalation di brutalità, dalla radicalizzazione delle posizioni, dalle armi nelle piazze che divennero un campo di battaglia. Il Movimento non era preparato a rispondere in modo compatto all’ondata di terrorismo che travolse il Paese e a raccontare. L’idea del libro “nacque un pomeriggio di qualche anno fa in treno. Ero con il poeta Renzo Paris. Fu lui a suggerirmi di raccogliere le interviste, dicendomi: “C’è ancora tanta vita dentro”. Successivamente ne parlai con Andrea Caterini, critico e scrittore, che aggiunse: “Farebbe bene a tanti narratori di oggi leggerle”. Le mie motivazioni personali sono generazionali. La mia generazione non ha avuto il suo Goethe, o il suo Flaubert, ovvero non ha avuto un narratore capace di raccontarla. Nelle interviste c’è la ricerca del romanzo generazionale mai scritto, del romanzo come parabola di un destino”, racconta Patruno a Poche Storie. Lui che per primo fu un ragazzo del ’77 e che di quell’anno ricorda soprattutto un episodio, particolarmente caro anche agli autori del blog.

“Una sera di marzo a Bologna. Era stata una giornata brutta, una giornata di scontri tra le forze dell’ordine e il “movimento”, sceso in piazza dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, studente bolognese di Lotta Continua. Mentre ancora si levava dall’asfalto il fumo dei lacrimogeni, udii il suono di un pianoforte. Qualcuno l’aveva portato fuori da un locale e si era messo a suonare il Notturno n°2 di Chopin. Infinita dolcezza, profonda malinconia, grande emozione. Ricordo con tristezza il giorno in cui un proiettile uccise Giorgiana Masi, su Ponte Garibaldi a Roma. Era il 12 maggio. Giorgiana aveva diciannove anni (qui abbiamo raccontato la sua storia).

Il libro ripropone integralmente le interviste, precedute da un lungo racconto dell’autore sulla loro genesi e sull’atmosfera dell’epoca. Ponendo al lettore un interrogativo: perché un anno tragico come il 1977 non ha prodotto nel nostro Paese un romanzo? In fondo, il protagonista collettivo era facile da individuare: una generazione intera, sospesa tra voglia di cambiare il mondo e, anche, di distruggere quello che c’era. Quella generazione ha ritrovato la voglia di raccontare quando gli eventi di cui è stata protagonista si erano ormai esauriti. Per farlo,

ha dovuto fare i conti con sogni, desideri, ma anche con delusioni, paure, fallimenti. Raccontare significa, cito dall’intervista a Franco Cordelli contenuta nel libro, “ricostruire il tessuto stracciato, imparare ad osservarsi, a descriversi, e dopo averlo fatto andare ancora molto più in là”.

Cosa che non può avvenire, lo abbiamo spesso sottolineato, con i social network.

Nei social il racconto si riduce a frammento. Il tessuto resta stracciato. Nella nostra modernità, della quale i social sono un raffinato prodotto, modernità dominata dalla “tecnica”, il pensiero tende a restare disunito, discontinuo. Una storia si può anche raccontare in 140 caratteri, ma se si vuole “andare oltre”, 140 caratteri non bastano.

Inevitabile, quindi, lasciarsi provando a capire cosa trarre, oggi, da quella storia. La nostra, di persone, Paese, democrazia.

Le rispondo con una frase tratta dal “I campi di maggio”, il mio romanzo sugli anni ’70. “Credevamo nella leggerezza e nell’avventura, nell’intensità del presente, nella condivisione dei sogni, nel diritto di essere felici”. Tutto questo è stato rimosso ed è andato perduto per tanto tempo. Tuttavia penso che i giovani di oggi possono raccogliere l’eredità dei ragazzi del ’77 e prendere ciò che ritengono utile nel loro presente. Alcuni giovani scrittori, figli dei ragazzi del ’77, hanno iniziato a scrivere romanzi sugli anni ’70. Lo considero un buon segno.

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