filosofianarrazionirecensioni
gennaio 8, 2018

Stranieri residenti, di Donatella Di Cesare

Nell’ultimo libro di Donatella Di Cesare, Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, il mare è un elemento importante.

“Viaggiavano per settimane tra le onde dell’oceano, nel fondo della stiva, quasi sotto la linea di galleggiamento, ammassati in bui dormitori, dove l’aria era sempre più consunta, stipati su vecchi pagliericci, uomini, donne, bambini (…). Fieri piroscafi e possenti transatlantici salpavano da Amburgo e Liverpool, da Napoli e Marsiglia, da Riga e Anversa, da Salonicco e Copenaghen, diretti verso quell’unica meta: la Golden Door, la Porta d’Oro dell”America favolosa”.

Il mare separa le terre del pianeta, segna le distanze. Il mare per millenni ha rappresentato il limite da oltrepassare per raggiungere i luoghi conosciuti del mondo. Il mare ha permesso a milioni di europei di raggiungere la ‘merica, sogno e maledizione del secolo breve. Oggi il mare è tornato ad essere navigato da tormenti e speranze, da attese e inquietudini, da entusiasmi e disperazioni. Gli abissi del Mediterraneo inghiottono di nuovo lutti. Uomini, donne e bambini, esuli, migranti. Carrette del mare, naufragi, dispersi, arrivi. Parole antiche, tornate nel vocabolario della modernità.

Nel suo Stranieri residenti  Donatella Di Cesare ci invita a non restare sulla riva del mare a guardare lo spettacolo quotidiano del naufragio infinito, ci invita ad abbandonare la prospettiva del cittadino dello Stato Nazione, preoccupato per le suo sicurezze, spaventato dall’altro, dal diverso. Ci invita ad assumere piuttosto la prospettiva di chi caparbiamente continua ad attraversare il mare fino alle nostre coste. Il metodo della Di Cesare è quello di altri libri importanti come Tortura e Terrore e modernità. E’ il metodo della decostruzione, della critica all’economia politica degli Stati Nazione, al sovranismo invocato e praticato come rimedio per salvaguardarne l’esistenza.

Siamo gettati nel mondo e lo abitiamo. Siamo stranieri residenti nella vita, alla ricerca di una casa che non troveremo mai. Siamo erranti e, dai margini della polis, solleviamo domande, cerchiamo risposte, nella provvisorietà e transitorietà del nostro esserci.

Ecco il passaggio chiave. Esserci, ovvero trattenersi, non vuol dire stare dentro il mondo, far corpo con la terra, ma soggiornare presso il mondo. Solo l’esistenza dell’essere trae alla luce il mondo.

Donatella Di Cesare ci ricorda che abitare vuol dire soggiornare, ovvero mantenere la consapevolezza di essere separati dalla terra, riconoscere che il luogo dove abitiamo è già stato luogo per l’altro che lo ha abitato prima di noi, che ci ha preceduto. Se ciò è vero, allora pretendere che dalla terra possa sorgere la nostra identità è soltanto un mito.

Siamo al doppio inganno di Heidegger: l’inganno insito nell’illusione di essere già a casa, di trarre identità e senso di appartenenza dalla terra; l’inganno dell’erranza senza direzione, senza ritorno, l’erranza assecondata dalla tecnica. Se abitare è soggiornare, allora abitare non può essere uno stabile insediarsi nella terra, né può essere una completa rinuncia a tornare presso il luogo natio.

L’inganno può produrre mostruosità, anzi le ha già prodotte. Il nazismo è stato un tentativo di rimodellare il pianeta sulla base di decisioni, frutto di assurde e atroci scelte biopolitiche.

Abitare un luogo non ci da il diritto di escludere gli altri. Coabitare non è una scelta, ma un compito che investe la sfera etica e politica.

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