cronaca
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gennaio 7, 2018

Un documentario su via Poma: “Oltre la Cassazione”

Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?. Ha un senso, oggi, riaprire le indagini sul delitto di via Poma? Esistono piste investigative che non sono state percorse, o che sono state abbandonate, all’epoca delle indagini?

Queste sono alcune delle domande che si è posto Paolo Cochi quando ha deciso di realizzare il documentario: “Via Poma. Oltre la Cassazione”. Personalmente, come ho spiegato nell’intervista contenuta nel documentario, credo che un attento riesame di tutte le posizioni individuate nel 1990 sia fattibile e indispensabile. Insomma, credo che il caso di via Poma abbia ancora molto da raccontare e la verità non può che essere nelle carte dell’inchiesta condotta dal Pm Pietro Catalani tra l’agosto del 1990 e l’agosto del 1992.

Nel documentario emergono alcuni elementi che non sono mai stati approfonditi, ma ce ne sono molti altri – non affrontati da Paolo Cochi anche per le comprensibili esigenze di tempo – che meriterebbero attenzione. Ovviamente, i tanti anni trascorsi, la parziale distruzione dei reperti (all’epoca le analisi genetiche comportavano la consumazione delle sostanze ematiche raccolte sulla scena del crimine), la scomparsa di soggetti importanti per la comprensione del caso (Bizzocchi, Valle, Sibilia, Vanacore), costituiscono un handicap notevole alla riapertura delle indagini. Eppure la verità è racchiusa nei numerosi faldoni conservati presso la Procura di Roma.

 

La lunga storia giudiziaria del caso di via Poma

10 agosto. Vanacore è sottoposto a fermo giudiziario

Quali sono i buchi temporali nell’alibi di Pietrino Vanacore? Il portiere ha dichiarato di essersi assentato, per annaffiare i fiori di un appartamento, tra le 17.15 e le 17.30 e di essere rimasto dalle 17.30 alle 20 seduto nei pressi della fontana vuota del cortile. Il confronto testimoniale fa emergere però che certamente tra le 18.00 e le 19.00 nessuno lo vede in cortile. A che ora è arrivato Vanacore a casa dell’architetto Cesare Valle? Secondo l’architetto alle ore 23.00, mentre secondo i famigliari del portiere sarebbe uscito dall’abitazione alle 22.30. quello tra le 22.30 e le 23 è il secondo buco temporale di Vanacore. Infine il portiere ricompare nel palazzo 40 minuti dopo il ritrovamento del corpo e non, come da lui stesso affermato, immediatamente dopo essere stato avvertito dalla moglie, ovvero intorno alle 23.15.

11 agosto. Il biondino

Nella notte di sabato 11 agosto, al termine di un interrogatorio durato alcune ore, c’è un colpo di scena. “Vorrei fare una dichiarazione”, dice Vanacore quando Catalani gli chiede se ha altro da aggiungere. Resta sorpreso anche l’avvocato De Vita, difensore del portiere. Pietrino inizia a parlare e rivela una confidenza fattagli dalla moglie la notte precedente l’arresto. La moglie, Giuseppa De Luca, gli avrebbe detto di aver visto uscire qualcuno dalla palazzina B nel pomeriggio del 7 agosto.

“Ma ne è sicuro?” gli chiede Catalani incredulo. Il portiere viene colto da un pianto dirotto. “Ne sono sicuro”, risponde .  Ha preferito tenerselo per sé – spiega – perché non vuole coinvolgere un innocente, ma vista la situazione ora desidera confessare e continua a piangere come chi sta per liberarsi da un peso. Catalani lo incalza e il portiere descrive un individuo molto alto, un po’ curvo, che si allontana con aria furtiva, zoppicando leggermente e portando un fagotto.

Alle 2 di notte Giuseppa De Luca viene svegliata, prelevata da una volante, condotta in Questura e interrogata immediatamente.

Funzionario della Mobile: “L’uomo che lei ha visto portava qualcosa in mano?” Giuseppa De Luca: “Posso anche dire che dal modo di camminare poteva sembrare che avesse qualcosa in mano, sul lato sinistro. Ho parlato di tale ricordo anche alla presenza di Mario Vanacore, figlio di mio marito. Quando vidi passare la figura maschile, che mi sembrava Fabio Forza, io mi trovavo seduta sul bordo della fontana. Anzi della vasca. L’uomo che io ritengo essere Forza era vestito con un pantalone grigio scuro e una camicia verde scura”. Al magistrato, giunto nel frattempo, la De Luca conferma quanto ha già raccontato a Del Greco. “Ricorda se qualcuna delle persone che frequenta la scala B usa portare un cappellino a visiera?” Le chiede Pietro Catalani. “Sì, uno è Sibilia dell’Ostello e l’altro è l’architetto Forza”. “Provi ancora a descriverlo”, la pressa Catalani. “Avrà avuto 40 anni, alto, camminava zoppicando leggermente, come chi ha i piedi piatti, aveva un’aria furtiva e portava con sé un fagotto”. “Ma perché non ce lo ha riferito prima?” “Perché non l’ho visto bene e non volevo coinvolgere un innocente”.

12 agosto. Caccia all’uomo

Fabio Forza non è a casa, la madre dice che è partito per la Turchia. Viene effettuato un controllo all’aeroporto di Fiumicino. Dalle carte dell’Alitalia risulta che il geometra si è effettivamente imbarcato il 31 luglio sul volo AZ 480 diretto ad Atene, e da lì ha raggiunto l’isola di Kalimnos in Turchia. Il ritorno è previsto per il 22 agosto.

30 agosto. Scarcerazione di Vanacore

Il 30 agosto il Tribunale della Libertà pur riconoscendo che “sussistono indizi” a carico di Pietrino Vanacore ne ordina la scarcerazione immediata. C’è in vigore il nuovo testo del codice di Procedura Penale che pone limiti precisi all’emanazione di un mandato di cattura, ovvero la sussistenza di indizi gravi ed evidenti. L’ordinanza osserva: “il fatto che il Vanacore fosse la sera del 7 agosto nelle condizioni di uccidere la ragazza non comporta che l’abbia uccisa”.

Si scandaglia a fondo il passato di Giuseppa De Luca e Pietrino Vanacore. Fino a quattro anni prima del portierato i Vanacore hanno vissuto a Torino, così l’indagine si sposta sulle rive del Po. Alcuni investigatori della Mobile di Roma si trasferiscono là per qualche giorno e raccolgono testimonianze.

16 ottobre. Le indagini si allargano

Il 16 ottobre la Procura di Roma prende la decisione di chiedere a 15 persone di sottoporsi al prelievo del sangue. Il prelievo viene effettuato a: Pietrino Vanacore, Mario Vanacore, Giuseppa De Luca, Ermanno Bizzocchi, Maria Luisa Sibilia, Salvatore Sibilia, e su richiesta volontaria degli stessi soggetti a Salvatore Volponi, Luca Volponi, Francesco Caracciolo, Giuseppina Faustini, Antonello Barone e Paola Cesaroni, Corrado Carboni, Raniero Busco e Luciano Menicocci.

I datori di lavoro di Simonetta Cesaroni insieme ai dipendenti AIAG dopo essere stati sottoposti al prelievo del sangue

Il sangue di gruppo A

L’obiettivo è quello di capire chi di loro ha sangue di gruppo A, ovvero il gruppo riscontrato nella traccia sulla porta e sul telefono. Poiché quello di Simonetta è di gruppo 0, quello sulla porta – pensano gli inquirenti – potrebbe essere dell’assassino. Le analisi concludono che l’antigene A è presente nel sangue di Giuseppa De Luca, di Mario Vanacore, di Ermanno Bizzocchi e dei fratelli Sibilia, entrambi dipendenti dell’AIAG.

30 marzo 1991. Il DNA non corrisponde

Viene reso pubblico il test del DNA effettuato sui cinque soggetti con sangue di gruppo A, confrontando il sangue dei cinque con quello trovato sulla porta (lato interno) della stanza ove è stata rinvenuta Simonetta. È una brutta notizia per Catalani: i marcatori genetici hanno dato esito negativo per tutti e cinque. Non resta che archiviare gli atti e chiedere il proscioglimento degli indagati. Il GIP Giuseppe Pizzuti accoglie la richiesta del Pm.

18 dicembre 1991. Entra in scena Roland Voller

Roland Voller è un cittadino austriaco residente in Italia da qualche tempo. Ha alcune pendenze giudiziarie legate al suo lavoro di importatore di automobili di lusso sia in Italia che in Austria. Il 31 marzo 1991 l’Austria ottiene dall’Italia parere favorevole all’estradizione per un reato commesso ad Innsbruck. Voller riesce a procrastinare l’estradizione “lavorando” come informatore per la Polizia di Stato. Il dirigente del commissariato Flaminio Nuovo in un appunto riservato indirizzato al Questore di Roma e datato 18 dicembre 1991, scrive:

“Nell’ambito della ricerca di particolari informativi inerenti il cosiddetto delitto dell’Olgiata disposta da questo commissariato e condotta dai vice ispettori Ferdinando Di Spirito e Consiglio Pacilio, si è giunti a contatti e confidenze con una persona pregiudicata per reati di truffa, ma attendibilissima, che portano per logica deduzione al noto delitto commesso in via Carlo Poma e tuttora insoluto”.

Indizi su Federico Valle

a) alcuni parenti del ragazzo (Federico Valle n.d.a.) abitano in via Carlo Poma; b) dal giorno delle confidenze la madre ha chiuso stranamente i rapporti di amicizia con la parte informativa; c) il ragazzo frequentava assiduamente via Poma, in quanto l’indifferenza del padre era sostituita dall’affetto di un parente, presumibilmente il nonno; d) il profondo odio nutrito dal giovane nei confronti dell’amante del padre: causa scatenante delle sue crisi esistenziali. Conseguentemente a quanto esposto è logico azzardare l’ipotesi che la giovane amante in questione possa essere la Cesaroni, vittima del delitto di via Carlo Poma.

Chi è Federico Valle?

Federico, all’epoca dei fatti, vive con la madre, Giuliana Ferrara, e con il fratello in via Cassia. È un ragazzo timido e introverso. Soffre di anoressia: è alto un metro e 80 e pesa 50 chili. Fuma un pacchetto di sigarette dietro l’altro. Roland Voller incontra per la prima volta Pietro Catalani il 14 febbraio 1992. Conferma di aver avuto, nel 1990, molte conversazioni telefoniche con Giuliana Ferrara. Una frequentazione telefonica nata casualmente e sfociata in un solo incontro avvenuto a casa del Voller.

Le dichiarazioni di Roland Voller

Ricordo con precisione che nel pomeriggio dell’agosto del 1990, poco prima della partenza da lei fissata per le vacanze estive, da trascorrere in Austria con la sorella, chiamai Giuliana verso le 15 o le 16. Giuliana mi disse che suo figlio non c’era perché era andato dai nonni ed era preoccupata perché non era ancora rientrato. Disse anche che sperava non avesse combinato guai. Già altre volte mi aveva a lungo parlato di questo figlio che aveva, a suo dire, problemi di comunicazione e soffriva di una malattia per cui rifiutava il cibo… verso le 16.30, o le 17, finimmo di parlare. Poi richiamai verso le 19 perché mi annoiavo e chiesi a Giuliana del figlio; lei mi rispose che era rientrato da poco, che era macchiato di sangue, che aveva i vestiti stropicciati e che aveva lavato la macchina. Disse anche che suo figlio era ferito, forse alle mani…

A sostegno del racconto di Voller, Catalani raccoglie la testimonianza di una infermiera di uno studio dentistico, tale Clara Pisu. Dopo molti ripensamenti e contraddizioni, la Pisu dichiara dapprima di ricordare una ferita alla mano (aveva letto sui giornali che Federico era ferito alla mano) e, successivamente, avendo appreso dai media che a Federico era stata trovata una ferita al braccio, anche lei parla di braccio fasciato e non più di ferita alla mano.

La presunta “prova” regina

Due autorevoli ematologi, Bruno Dalla Piccola e Aldo Spinella, nominati dal PM periti di parte, ritengono che il sangue sulla porta (lato interno), di gruppo A, sesso maschile, con DQ alfa 1.1/4, sia la commistione di due gruppi di sangue, gruppo O DQ alfa 4/4 uguale a quello di Simonetta e il gruppo A DQ alfa 1.1/1, uguale a quello di Federico Valle.

Il professor Angelo Fiori, chiamato dal Giudice delle Indagini Preliminari Antonio Cappiello a confermare l’ipotesi Catalani, affermerà l’esatto contrario, ovvero l’impossibilità di provare la presenza di una commistione.

Il ruolo di Pietrino Vanacore secondo il Pm Catalani

Ecco l’ipotesi accusatoria, così come lo stesso Catalani la enuncia, nel ricorso presentato in Cassazione.

“Solo pochi decilitri di sangue giacevano sotto il bacino di Simonetta quando furono eseguite le fotografie dalla polizia scientifica […] invece, considerato il quantitativo di sangue rinvenuto nel cadavere se ne sarebbero dovuti trovare sul pavimento circa tre litri, che erano stati quindi raccolti; il pavimento attorno al capo presentava aloni rossastri, come da pulizia; uno straccio e alcuni asciugamani di carta rinvenuti in uno stanzino dell’appartamento erano ancora umidi quando la squadra Mobile effettuò il controllo. Tenuto conto che si era in agosto se ne deduce che la pulizia era stata effettuata da poco; solo Vanacore poteva stare nell’appartamento del delitto nell’immediatezza dell’arrivo di Paola Cesaroni, poiché gli abitanti di quella scala erano tutti assenti ad eccezione di Cesare Valle; Vanacore ha dichiarato di avere lasciato la propria abitazione dopo cena, intorno alle 22, sicché non ha fornito alcuna spiegazione di dove sia stato fino al momento in cui giunse a casa del Valle, e non si tratta di minuti, ma di un’ora e mezza; Cesare Valle ha riferito che erano stati i suoi familiari a volere che il Vanacore dormisse da lui, ma il figlio ha smentito; i vestiti della vittima non si sono più trovati, e solo il portiere poteva farli agevolmente sparire, essendo assurdo pensare che l’omicida fuggisse portandosi appresso i vestiti della vittima intrisi di sangue, e il Vanacore ne ebbe tutto il tempo, oltre che il modo; i giornalisti Corvi e Pelosi hanno riferito di avere notato macchie rossastre nel vano antistante la porta d’ingresso dell’abitazione di Vanacore e di aver parlato telefonicamente di ciò con il difensore di Vanacore, dopodiché, tornati sul luogo, avevano trovato il muro grattato, così come lo trovò la polizia”.

16 giugno 1993. L’ipotesi Catalani viene respinta

Il GIP Antonio Cappiello proscioglie Federico Valle e Pietro Vanacore respingendo la richiesta di rinvio a giudizio presentata da Catalani e criticandolo aspramente per il suo comportamento. Il proscioglimento viene confermato in Appello.

30 gennaio 1995. Valle e Vanacore prosciolti definitivamente

La Corte di Cassazione conferma la decisione della Corte d’Appello di non rinviare a giudizio i due indiziati. Pietro Catalani aveva abbandonato da qualche mese l’inchiesta, lasciando ai suoi successori il difficile compito di “ricominciare”.

Gennaio 2004. Riapertura delle indagini

Su richiesta del del Pm Cavallone, il medico legale Carella Prada consegna al RIS una busta di plastica contenente i calzini, il reggiseno e il corpetto di Simonetta Cesaroni.

Febbraio 2005. Raniero Busco

Viene prelevato da 31 individui materiale organico utile a stabilirne il DNA. I mezzi utilizzati per la raccolta sono stati molteplici: mozziconi di sigaretta, tazzine di caffè, bicchieri di plastica e di vetro e perfino boccagli dell’etilometro. Ecco l’elenco dei 31 soggetti sottoposti a prelievo del DNA.

Pietro Vanacore e il figlio Mario Vanacore, perché presenti in via Poma il giorno del delitto. Federico Valle perché aveva la possibilità di essere presente in via Poma il 7 agosto. Raniero Valle e il fratello di Federico perché parenti stretti di un indagato (anche se entrambi erano assenti da Roma). Salvatore Volponi e il figlio Luca, perché presenti nel momento del rinvenimento e perché nella possibilità di contattare la vittima. Francesco Delli Priscoli e Nicolino Grimaldi, perché residenti in via Poma e presenti il 7 agosto. Marco Cappelletti, Sergio D’Aquino, Claudio De Dominicis, Nazzareno Fiorucci, Stefano Leggiero, Simone Palombi, Luigi Pioli, Fabrizio Priori, Alessandro Tatarella, Vinicio Vignoli, perché conosciuti da Simonetta e nelle condizioni di contattarla senza allarmarla. Francesco Caracciolo Di Sarno, Corrado Carboni, Massimo Iacobucci, Luciano Menicocci, Riccardo Sensi, perché collegati in qualche modo all’AIAG e nelle condizioni di approcciare Simonetta. Manlio Giammona, perché proprietario dell’appartamento e, quindi, nelle condizioni di entrarvi. Franco Brucato, perché conoscente della vittima. Mario Toso, perché sospettato nel 1971 di essere l’assassino di Simonetta Ferrero, il delitto noto come “della Cattolica di Milano”. Raniero Busco, Paolo Busco e Mauro Busco, il primo perché fidanzato di Simonetta, gli altri due perché suoi fratelli. Sergio Costa perché presente la notte del 7 agosto in via Poma.

I 31 campioni vengono spediti, in modo rigorosamente anonimo, ai laboratori del RIS. Nel campione raccolto da una tazzina di caffè viene isolato il DNA compatibile con il profilo minoritario ritrovato su reggiseno e corpetto. È la tazzina dove l’ignaro Raniero Busco ha preso il caffè in un bar. I consulenti del Pubblico ministero ottengono un profilo maschile dai campioni prelevati dalla coppa sinistra e destra del reggiseno e nei campioni sesto, settimo, quindicesimo e diciannovesimo, ovvero da porzioni di tessuto del corpetto sovrapponibili ai seni della vittima. In particolare identificano la componente minoritaria maschile di un profilo misto, dominato da materiale genetico appartenente alla vittima. Il profilo genetico non è completo nei campioni sesto, quindicesimo e diciannovesimo. Secondo i consulenti, la componente minoritaria risulta perfettamente compatibile con quella di Raniero Busco. L’ex fidanzato viene rinviato a giudizio.

Busco viene condannato nel primo grado di giudizio, ma assolto nell’Appello.

26 febbraio 2014. La sentenza della Cassazione

A proposito delle tracce di DNA di Busco e del presunto morso che le avrebbe lasciate, la Cassazione scrive che “si dimostra la insostenibilità della sua attribuzione a Busco e dell’origine salivare del Dna presente sui capi di vestiario repertati“. Questa incertezza non può “essere colmata in modo diverso: la Corte territoriale dimostra, infatti, che la ricostruzione adottata nella sentenza di primo grado è suggestiva, ma ampiamente congetturale in ordine a vari aspetti, come l’effettuazione della telefonata da Simonetta Cesaroni a Busco all’ora di pranzo di quel giorno, il contenuto di tale telefonata, la conoscenza da parte di Busco del luogo dove la Cesaroni lavorava, la spontaneità della svestizione da parte della vittima, l’autore dell’opera di ripulitura della stanza, le modalità e i tempi di tale condotta, movente dell’omicidio, la falsità dell’alibi da parte dell’imputato“.

L’assassino di Simonetta Cesaroni, ammesso che nel frattempo non sia morto, è ancora libero.

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