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novembre 9, 2016

Perché ha vinto Donald Trump?

Donald Trump Presidente? I Simpson l’avevano previsto…

Una cosa è certa! Le previsioni della più popolare sitcom animata, I Simpson, sono state confermate dai fatti. Per il resto pochi avrebbero scommesso su Donald Trump quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. I numerosissimi sondaggi non hanno capito cosa stava accadendo nella pancia della super potenza mondiale.

Perché ha vinto?

Al momento si può solo dire che Donald Trump ha intuito che l’unica possibilità per farcela era quella di giocarsi tutto negli stati in bilico. Florida, Iowa, North Carolina, Ohio. Ma Trump ha investito molto, in termini di risorse ed energie, anche in alcuni stati che sembravano appannaggio della Clinton. In Pennsylvania, nel Michigan e nel Wisconsin non un solo sondaggio, tra tanti commissionati e realizzati in questa lunga campagna elettorale, lo aveva segnalato in vantaggio.

Per il resto è difficile capire questo risultato.

Hillary Clinton è stata percepita come un candidato troppo debole, o troppo vicino al vituperato mondo della finanza o troppo professional politic? I cittadini bianchi hanno smesso di credere all’America multi razziale? Una consistente “fetta” delle così dette minoranze etniche ha votato come nessuno si sarebbe aspettato? La classe operaia americana ha abbandonato, dopo le tante delusioni patite, il Partito Democratico? L’America di sinistra, quella che aveva votato Bernie Sanders alle primarie per intenderci, ha preferito astenersi piuttosto che votare Hillary? Il caso FBI e, più in generale, il caso delle email ha pesato sulla fiducia nella Clinton? Ha funzionato male la comunicazione, in particolare quella social?

Cosa è cambiato?

“Dopo un anno e mezzo – ha scritto nella sua news letter il giornalista de il Post Francesco Costa – a raccontare una campagna elettorale con gli standard con cui da decenni si giudicano con successo le campagne elettorali, ho capito che quegli standard non valgono più”.

Leggendo la storia delle presidenziali americane emerge con forza un elemento inspiegabile.

Nessun candidato del passato, con gli scheletri scoperti nell’armadio di Trump,  avrebbe potuto continuare la corsa alla Casa Bianca. I venti anni di tasse federali non pagate, gli insulti ai genitori di un soldato morto, le prese in giro a un disabile, le infinite bugie (persino sull’altezza dei suoi grattacieli ha mentito!), il vanto di essere stato e di continuare ad essere un molestatore di donne, la teoria del complotto dei poteri forti contro la sua candidatura, l’affermazione choc a proposito dell’accettare o meno il risultato elettorale.

Eppure nonostante i tanti abbandoni, nonostante l’esiguità delle risorse raccolte, nonostante l’improvvisazione organizzativa, nonostante le tante incertezze nella strategia di comunicazione Donald Trump, alla fine dei giochi, ha avuto ragione.

Bisognerà riscrivere i manuali di comunicazione?

Forse sì. Anzi forse bisognerà riscrivere anche quelli di sociologia e di politica. Nei fatti, consapevole o meno che fosse, Trump ha saputo rappresentare, sui tanti palcoscenici calcati nei due anni di campagna, la pancia in subbuglio dell’America. Occorrerà iniziare a riflettere sulla politica divenuta mera rappresentazione scenica della rabbia e dello scontento, così che ottiene il consenso chi la rappresenta meglio in televisione, nei social e nelle “piazze”. Gli altri, tutti gli altri, non hanno capito, hanno continuato a rappresentare se stessi e hanno perso.

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