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Matteo-Renzi
novembre 12, 2015

Matteo Renzi e la strategia della doppia interpretazione

matteo renzi
Matteo Renzi al teatro Rossini di Pesaro (foto tratta dal profilo Instagram di @nomfup)

Il 25 agosto agosto Matteo Renzi annuncia il Tour dei 100 teatri, come iniziativa per raccontare le “cose” che il governo sta facendo, ma anche per rilanciare sul territorio il Pd:

Questa estate, durante le vacanze, sono stato nel bar di quando ero piccolo, uno di quei bar dove ti conoscono per quel che sei, e una signora mi ha detto: non le state raccontando bene le cose che state facendo, dovete fare di più. Ci ho pensato e voglio sperimentare con voi il numero zero: scegliere dei teatri, 100 teatri a partire da Pesaro e vediamo insieme se le cose che stiamo facendo sono davvero cose che stanno coinvolgendo le persone o come tutti i politici che stanno nei palazzi stiamo perdendo freschezza ed entusiasmo.

Che fine ha fatto il Tour dei 100 teatri? Oggi Federico Geremicca su La Stampa commenta:

Le riunioni della segreteria alle 7 del mattino e il tourbillon di iniziative da mettere in campo sono ormai solo ricordi sbiaditi delle sue prime settimane da segretario. Da allora ad oggi l’encefalogramma del Pd è progressivamente peggiorato, fino a diventare desolatamente piatto… 

La cartina di tornasole di questo modo di interpretare il ruolo di segretario è in due vicende (…) la questione di Roma e di Ignazio Marino e quella della Regione Sicilia e di Rosario Crocetta. Si tratta di due partite che potevano esser chiuse nel luglio scorso e che si è invece lasciato incancrenire: la prima, giungendo al più dannoso (per i tempi, i modi e le forme) degli approdi possibili; la seconda, incredibilmente ancora aperta, con faide e scontri quotidiani in terra siciliana e danni evidenti proiettati sul proscenio nazionale. 

È difficile dare torto a Geremicca. Anche se, come credo, Matteo Renzi si muove con la convinzione che il destino del Pd dipenda dai risultati dell’azione di governo, resta il fatto che un partito allo sbando, immobilizzato da un susseguirsi di fallimenti nell’amministrazione delle grandi città, dilaniato da lotte intestine tra correnti, indebolito dai singulti di una minoranza interna che trova unità solo negli attacchi al segretario, rischia di pesare in modo significativo sugli esiti di qualsiasi competizione elettorale.

La strategia della doppia interpretazione dei due ruoli che ricopre: brillante e reattiva quella di presidente del Consiglio, passiva e assente quella di segretario finirà per sbilanciare la percezione complessiva del personaggio, ovvero per danneggiarlo e per danneggiare il Pd. A questo punto non si tratta più solo di comunicazione, ma di una scelta che inevitabilmente avrà conseguenze politiche.

L’idea di tenersi fuori dalla mischia che coinvolge i “potentati” locali del Pd, mantenendo però la carica di segretario, potrebbe preludere ad un duplice suicidio.

Vorrei che Matteo esercitasse le prerogative che la carica di segretario gli assegna. A Roma, come a Palermo (tralascio di citare tutte le altre disastrate geografie del Pd), c’è bisogno di fare pulizia, di azzerare le strutture di potere cresciute attorno all’affarismo e al consociativismo (il Pd di Roma è stato commissariato, gli organismi sciolti, il tesseramento azzerato, ma i “capetti”, almeno quelli che non sono stati arrestati, stanno ancora tutti là, a navigare sotto traccia, a prepararsi per i tempi bui che si annunciano prossimi). C’è bisogno di “rottamare” gli incapaci e i furbi per lasciare spazio a chi vuole ricostruire il primato della politica. Capisco che gli impegni di governo sono gravosi, capisco che in certi momenti può essere opportuno prendere le distanze, ma è arrivato il momento di un intervento diretto e radicale. Sia chiaro, non sto chiedendo al segretario del Pd di fare un passo indietro. Piuttosto è necessario il contrario, ovvero che ci metta la testa. Donne e uomini capaci di dedicarsi al Pd non mancano.

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