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novembre 10, 2015

I problemi di Jeb Bush

Jeb Bush non se la passa bene, almeno come candidato GOP alla nomination per le presidenziali americane del 2016.  Recentemente, durante un’intervista alla Cnn, è stato costretto a rispondere all’invito di ritirarsi dalla corsa lanciatogli da Donald Trump .

Non sono un frontrunner e devo migliorare nei dibattiti. Lo farò perché il mio programma, le mie idee sono molto competitive.

Jeb continua ad apparire insicuro, soprattutto sui temi di politica internazionale. In un clima molto diffuso, negli Stati Uniti, di ripensamento sull’interventismo del fratello in Iraq, lui ha continuato a difenderne le scelte, suscitando malumori e ilarità. Già a maggio di quest’anno era stato attaccato pubblicamente da una ragazza che gli aveva ricordato come la decisione di George W. Bush di smantellare l’esercito iracheno fosse stato il preludio all’instabilità nell’intera regione. Alla studentessa Jeb aveva allora risposto:

Quando abbiamo lasciato l’Iraq, la sicurezza era stata ristabilita, al Qaeda rimossa. Vi era un fragile sistema che doveva essere sostenuto eliminando la violenza settaria.

Ed è quello che ha continuato a ripetere in tutti i dibattiti cui ha partecipato, finendo suo malgrado per ergersi a paladino delle guerre senza senso avviate dal fratello. Ora, a complicare le cose ci si è messo anche un libro (uscirà oggi negli Stati Uniti). Si tratta di Destino e Potere, di Jon Meacham, una biografia politica di George Bush padre. Le anticipazioni hanno rivelato un impietoso giudizio del novantunenne ex presidente americano nei confronti di *** Cheney e Donald Rumsfeld, i due “falchi” dell’amministrazione di George W. Bush. Secondo Bush padre bisognava contenerli, e non farlo è stato un errore, così come è stato un errore  quel discorso sullo stato dell’Unione nel quale George W. lanciò la lotta all’asse del male. Insomma, mentre Jeb ha continuato a difendere il fratello, il vecchio George, più preoccupato dal giudizio della Storia che dalla campagna del figlio, lo liquida come “troppo bellicoso” e incapace di gestire i suoi consiglieri.

Dopo i deludenti risultati nei sondaggi successivi all’ultimo dibattito, Jeb ha dovuto fare i conti anche con le dichiarazioni di uno dei finanziatori più contesi nel campo repubblicano. Paul Singer, da sempre sensibile a temi come l’abbassamento delle tasse e l’appoggio incondizionato alla destra israeliana, ha dichiarato che solo Marco Rubio può sfidare Hillary Clinton.

Jeb è corso ai ripari con un reset delle strategie di comunicazione. I suoi collaboratori hanno spiegato ai giornalisti americani che, fatti salvi i principi ispiratori, cambierà tutto. La scelta del nuovo slogan, Jeb Can Fix It (Jeb può aggiustarlo), mutuato da una espressione largamente usata nel linguaggio comune, esprime il tentativo di porre rimedio alle scarse capacità oratorie del candidato puntando tutto sulla concretezza. Da questo momento in poi Bush sarà riproposto come uomo del “fare”, piuttosto che del “dire”. L’idea di per se non è male, visto che Donald Trump e Ben Carson sulla critica spietata ai politici parolai e inconcludenti ci hanno costruito sopra la loro campagna di outsider.

Al momento, però, l’unico risultato che Jeb è riuscito ad ottenere è costituito da una valanga di feroci battute sui social.

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