stati uniti
carly Fiorina
settembre 23, 2015

Primarie repubblicane: una sfida ancora tiepida

Mercoledì 16 settembre 11 candidati nelle primarie repubblicane, si sono sfidati davanti all’aereo presidenziale che fu utilizzato da Ronald Reagan. Proprio in quei giorni l’italietta discuteva con la solita acrimonia se fosse giusto o meno la decisione di rinnovare l’aereo in uso alla presidenza del consiglio con un velivolo in grado di attraversare l’Atlantico senza scali tecnici. Meglio “sorvolare”, altrimenti rischio di andare fuori tema.

Le tre, interminabili, ore di dibattito, moderato da Jake Tapper, hanno avuto qualche momento ironico. Jeb Bush, ancora molto ingessato, tanto da suscitare in più di una occasione l’ilarità dell’immarcescibile Donald Trump che lo dipinge come un politico con le pile scariche, ha puntato sull’autoironia: “Il soprannome che vorrei che mi fosse dato dai servizi segreti se divenissi presidente? Eveready” (nota fabbrica di batterie). Poco prima aveva confessato: “ho fumato marijuana 40 anni fa, lo ammetto. Sono sicuro che anche altri lo hanno fatto, ma non vogliono dirlo davanti a 25 milioni di persone. Mia madre non sarà contenta di sentirmelo dire in tv”. Jeb ha poi dato una risposta scontata a Trump, dopo che il magnate aveva ironicamente incolpato George W. Bush di aver aiutato, con i disastri della sua presidenza, l’elezione di Obama. “C’è solo una cosa che si può dire su mio fratello: ci ha mantenuto sicuri”. Jeb lo ha detto tentando di suscitare l’orgoglio dell’America repubblicana, ma gli è riuscito solo in parte. Il colpo migliore, a mio avviso, Jeb lo ha sfoderato quando, dopo essere stato accusato da Trump di essere una marionetta nelle mani dei finanziatori della sua campagna, ha replicato: “Hai cercato di comprarmi quando ero governatore perché volevi aprire dei casinò in Florida, ma noi ti abbiamo sbarrato la strada. Non mi faccio condizionare dai soldi”. Naturalmente il miliardario ha smentito ma l’efficacia della risposta del fratello e figli di ex presidenti qualche segno lo ha lasciato.

Donald Trump ha continuato ad impersonare quel personaggio dissacrante che sembra piacere molto agli americani. “Che ci fa qui Rand Paul? Ha solo l’1% nei sondaggi, sarebbe dovuto restare a casa”, e poi ancora: “Non ho mai giudicato il tuo aspetto, eppure ce ne sarebbe da dire a riguardo”. Rivolto a Carly Fiorina che gli chiedeva conto di una battuta decisamente crudele: “Votereste mai una presidente con questa faccia?”, soprattutto tenendo conto del fatto che gli interventi di estetici a cui l’ex manager di Hewlett-Packard si è sottoposta non hanno dato risultati soddisfacenti, ha replicato sornione: “Penso che abbia un bel viso, che sia una bella donna”. Quando Fiorina ha difeso il suo lavoro nel gruppo Hp: “L’ho guidato in tempi molto difficili, e mi sono fatta molti nemici per aver voluto cambiare lo status quo. Per questo sono stata licenziata”, Trump l’ha incalzata ribadendo: “Fiorina è stata definita una dei peggior Ceo della storia americana. Non le affiderei nemmeno una delle mie società”. Insomma il tycoon non si è smentito e nel confronto con gli altri candidati ha confermato di avere una straordinaria mimica

Nonostante la chirurgia plastica abbia intrappolato il volto di Carly Fiorina in una maschera cerulea e poco espressiva, la candidata ha giocato in modo brillante la carta dell’attacco diretto a Donald Trump: “non sarei tranquilla con l’arsenale nucleare nelle sue mani”. A me è parsa davvero autentica solo quando, spiazzando gli altri candidati, ha raccontato di aver seppellito una figlia tossicodipendente, aggiungendo che la “marijuana oggi non è più quella fumata da Jeb 40 anni fa” e che la dipendenza “è un’epidemia che si sta portando via troppi giovani”. La popolarità di Fiorina è cresciuta dopo il dibattito. Secondo un sondaggio della Nbc il 36% degli spettatori gli ha assegnato la palma di vincitrice, seguita da Trump, 21% e da Marco Rubio con l’8%.

A me Rubio che è sembrato molto deludente ed è riuscito ad annoiarmi anche sul tema che dovrebbe essergli più congeniale, quello dell’immigrazione. Totalmente in ombra Mike Huckabee, Rand Paul, Scott Walker e il governatore dell’Ohio John Kasich. Appena sufficienti il governatore del New Jersey, Chris Christie e il senatore Ted Cruz. Carson, infine, ha continuato a fare ragionamenti pacati, evitando accuratamente di infilarsi nella polemica. In fondo lui è un candidato anomalo, estraneo alla politica.

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