serie televisive
sense8
giugno 30, 2015

Sense8: Limbic Resonance, la recensione del primo episodio

Sense8, di Lana e Andy Wachowski, la prima opera televisiva del duo di Chicago è giunta sul piccolo schermo carica di aspettative. Subito dopo la pubblicazione su Netflix, il 5 giugno 2015, i critici americani l’hanno accolta con prudenza, addirittura con sospetto. Francamente non amo la critica americana, capace di osannare delle vere bufale e di stroncare capolavori straordinari, salvo poi recuperarli in tutta fretta, perché il pubblico ne ha decretato il successo. Sense8 è un capolavoro imperfetto, che racconta un futuro imperfetto, così come imperfetta è stata la trilogia di Matrix, e anche Cloud Atlas e Jupiter Ascending. Nelle opere dei Wachowski emerge la volontà di indagare il futuro con lo sguardo visionario di Philip K. *** e la passione per lo stile narrativo dei fumetti. Sullo sfondo il ruolo inquietante della tecnologia nella storia a venire dell’umanità. Sense8 non sembra discostarsi molto da questa impostazione. La recensione che state per leggere contiene volutamente una limitata quantità di spoiler e vuole essere nulla più di una invitante guida critica alla visione.

L’inquadratura scende dall’alto mostrando una vetrata di formelle rettangolari, fino ad una figura distesa su un materasso lurido. Lo stacco successivo mostra l’interno della chiesa abbandonata dal basso, dai gradini del presbiterio. Poi la cinepresa si sofferma su un piede nudo e, lentamente, si sposta verso gambe sudate e tremanti, quindi su una mano socchiusa. La figura distesa si rivela una donna percorsa da fremiti. La donna lancia un lamento, si volta, prende in mano una pistola a tamburo, la lascia cadere, apre una scatola metallica, ne rovescia il contenuto, afferra qualcosa e lo porta verso la bocca. In quel momento una voce fuori campo la chiama. Lei si raccoglie in una posizione quasi fetale, alza un braccio, attende. Una mano prende la sua. “Sono qui”, le dice l’uomo. “Jonas”, sussurra la donna. “Sì, amore mio”, le risponde lui. “Fa male”, aggiunge lei. Una inquadratura la mostra da sola, seduta sul materasso, mentre percorsa dai fremiti dice “Mi serve la medicina”. L’inquadratura successiva la vede di nuovo abbracciata all’uomo. Sta immaginando, oppure se accanto a lei c’è una presenza reale? Dopo un ulteriore breve dialogo con Jonas la donna dice: “Li vedo”.

La scena si sposta altrove. Un giovane messicano estrae dalla fondina una pistola automatica, sembra dirigersi verso una donna esile, bionda, notturna, che sta aspirando avidamente una sigaretta. Ma non è così. L’uomo si muove all’interno di una chiesa barocca, la figura esile è affacciata alla terrazza di un edificio, di fronte ad palazzi illuminati da luci artificiali. La scena si sposta. Ora mostra una giovane lungo una muraglia, stagliata su moderni grattaciali. Una donna dai tratti orientali si muove con grazia, componendo figure del Tai Chi, poi si ferma, come se avesse avvertito una presenza. Altro stacco. L’interno di una discoteca affollata. Un ragazzo a torso nudo smette di ballare e guarda verso qualcosa fuori campo, quasi dimenticando di essere al centro della pista da ballo. Ancora uno stacco. Una donna bionda seduta sull’asfalto viene illuminata dai fari di un’auto della polizia di Chicago, alza la testa verso la vettura guidata da un poliziotto. Nuovo stacco: una donna dai tratti indiani scende le scale di una grande struttura commerciale, si accorge che una figura femminile (assomiglia alla donna bionda seduta sull’asfalto della scena precedente) la sta osservando e ne resta turbata. La stessa figura con i capelli biondi e un esile vestito bianco viene vista da un ragazzo di colore, attraverso il finestrino di un autobus, in quello che sembra un mercato. Un’altra figura femminile scopre un gluteo e si inietta il contenuto di una siringa. L’inquadratura si allarga e mostra una giovane di colore addormentata nella vasca da bagno. Lei percepisce qualcosa, si volta verso lo specchio e, invece di se stessa, vede una donna bionda. Ora è chiaro. La bionda è la donna sdraiata sul materasso all’interno della chiesa abbandonata. “Li hai trovati”, dice Jonas abbracciandola. Nell’inquadratura è di nuovo seduta da sola, come se fosse in trance.

Così inizia Limbic Resonance, il primo episodio di Sense8, la serie cult di Lana e Andy Wachowski, prodotta e distribuita da Netflix.

Sense8_posterLa donna bionda si chiama Angelica ed è davvero sola nella chiesa. Jonas è una presenza irreale, evocata da Angelica. Quando a Jonas si aggiunge un altro uomo più anziano si capisce che le due presenze maschili non possono percepirsi l’un l’altra. Solo Angelica può interagire con loro. Jonas svanisce dopo aver promesso che le resterà per sempre accanto. L’altro la invita a tornare a casa. Angelica impugna la pistola a tamburo e sembra intenzionata a togliersi la vita. L’uomo anziano tenta di guadagnare tempo. Quando sopraggiunge fisicamente nella chiesa abbandonata, Angelica mette la canna in bocca e si spara.

La sigla della serie, semplicemente splendida, per quanto ossessiva. La musica è incalzante le immagini si spostano da una città all’altra, da un luogo all’altro, senza un attimo di tregua, fondendo immagini, luci, colori. Fenomeni naturali, edifici, piazze, baci, cartelli, bandiere, fuochi, volti. Una ipnotica girandola di sensazioni visive travolge lo spettatore, annunciando l’intreccio che i fratelli Wachowski hanno preparato.

A questo punto è arrivato il momento di svelare le identità dei personaggi della serie. D’altra parte è quello che fanno i Wachowski in Limbic Resonance, aprendo squarci nei luoghi e nelle situazioni che vivono. Pennellate rapide, essenziali, ma capaci di svelare sentimenti, angosce, aspettative. Il messicano è Lito Rodriguez, (Miguel Ángel Silvestre) un attore famoso che ha una relazione segreta con Hernando e vive a Città del Messico. La ragazza esile, bionda e notturna è Riley Blue (Tuppence Middleton),  una DJ islandese residente a Londra. La donna dai tratti orientali è Sun Bak (Doona Bae), una donna d’affari di Seul, esperta di arti marziali. Il ragazzo a torso nudo è Wolfgang Bogdanow (Max Riemelt), uno scassinatore di Berlino. Il poliziotto si chiama Will Gorski (Brian J. Smith) e vive a Chicago. L’indiana è Kala Dandekar (Tina Desai) e fa la farmacista a Mumbai. Il ragazzo di colore vive a Nairobi, si chiama Capheus (Aml Ameen) e fa l’autista di matatu. All’elenco manca Nomi Marks (Jamie Clayton), blogger, transessuale e hacker di San Francisco.

Cosa unisce gli 8 personaggi? Verrebbe da rispondere: soltanto le intenzioni dei fratelli Wachowski. Nel primo episodio, infatti, la narrazione si presenta troppo frammentata per spingersi oltre nella valutazione del prodotto. Le tessere del mosaico sono disposte l’una accanto all’altra senza comporre alcun disegno. C’è tempo, certo, ma l’impressione che se ne ricava è disorientante. Si intuisce che gli otto sono collegati tra loro da qualche potere extrasensoriale, senza però comprenderne la vera natura. L’utilizzazione dei flashback rende, se possibile, l’introduzione alla storia ancora più confusa. Ma, come abbiamo scritto, l’imperfezione è un elemento trainante nella poetica dei Wachowski. Anzi uno stimolo ad aggiustare il tiro, a tornare sui propri passi per fare luce nell’oscurità. Sono certo che la serie prenderà il volo e riuscirà a coinvolgere.

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1 commento - View all

Sense8, la playlist: Limbic Resonance | vitaliquida 1:38pm on luglio 29, 2015

[…] musiche che hanno accompagnato il primo episodio di Sense 8, la serie tv di successo alla sua prima stagione, ideata da Andy e Lana Wachowski, […]

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